Riflessioni sulla Pace alla vigilia di Pasqua

Di Claudio Rao – Accademico della Pace

Un processo attivo di giustizia, di comprensione, ma soprattutto di “educazione”

Pace non è il silenzio delle armi. Non è semplicemente l’assenza di guerra o di conflitti interpersonali. La Pace non è un atteggiamento passivo, una mera tregua od una forma più o meno consensuale di sottomissione. L’idea stessa di Pace richiama, al contrario, un comportamento attivo, una vera giustizia sociale, un impegno quotidiano a più mani. La Pace è sempre un impegno deliberato e consapevole. Una conquista, un processo continuo che coinvolge individui e collettività. 

La Pace vera, la Pace autentica è una conquista che richiede un cambiamento di mentalità, una modifica del proprio software interiore.

Per questo è indispensabile un impegno collettivo e individuale. per sradicare odio e risentimento.

Sono solo parole, me ne rendo conto. So che non cambieranno nulla. Ma conosco il valore delle parole, il loro ruolo performativo il peso del nostro essere giornalisti e di fare giornalismo in un certo modo e su testate non allineate.

Dominique Pire, premio Nobel per la Pace nel 1958 diceva: «La pace non è semplicemente una “lotta contro” la violenza. Non si tratta solo di prevenire o affrontare la violenza, ma anche di creare un clima autentico che ci permetta di convivere meglio nella società, di comunicare e interagire in modo più armonioso».

Per questo resto fondamentalmente convinto che l’educazione costituisca un fondamentale crocevia. Scuola e famiglia, ancora una volta, hanno un ruolo determinante. O dovrebbero averlo.

Quando si parla di scuola ed educazione, specie in Italia, si incontrano sorrisi condiscendenti, a volte inteneriti altre volte compassionevoli, ma difficilmente convinti e determinati. Come se  quello educativo fosse un campo bello, importante, ma privo delle lettere di nobiltà che si attribuiscono più facilmente a politica, religione o economia. Eppure non è un caso se – nella Storia – la Chiesa se ne è appropriata per formare le coscienze, lo Stato ha lottato per rivendicarne l’esclusività, le dittature di destra e di sinistra la monopolizzano per veicolare le proprie ideologie e l’Europa di Maastricht la finanzia generosamente per diffondervi “il proprio catechismo”.

Ogni giorno, bambini e adulti si trovano ad affrontare disaccordi, richieste o situazioni che scatenano emozioni, a volte spiacevoli, che mettono a rischio le loro relazioni. 

«È comune insegnare che la pace è meglio della guerra, il che è ovvio in tempi di pace. Il problema sorge quando lo spirito di guerra sopraffà le menti. Educare alla pace significa quindi lottare per resistere allo spirito di guerra» scrisse  Edgar Morin filosofo, sociologo e antropologo francese, padre del «pensiero complesso» e dell’umanesimo planetario.

L’Educazione alla pace si realizza anche – e forse soprattutto – quando le armi tacciono. La Pace consiste nel sapersi comprendere reciprocamente, nonostante le differenze e i disaccordi. Combattere lo spirito di violenza (ergo, di guerra) significa non accontentarsi dell’assenza di violenza, ma creare un ambiente favorevole a prevenirla e a convivere in armonia. Uniti nella diversità.

Quando in classe sentivo delle maestre di Scuola Primaria spiegare ai bambini che “dobbiamo volerci tutti bene”, inorridivo. Io ho sempre spiegato ai miei allievi che era normale provare simpatìe e antipatìe, non essere necessariamente d’accordo con tutti e che il “dobbiamo volerci tutti bene” andava bene in parrocchia più che a scuola. In classe dovevamo imparare a conoscerci, accettarci e rispettarci per come eravamo, con le nostre similitudini e le nostre differenze, senza violenze né discriminazioni. Il denominatore comune restavano le regole discusse, condivise ed approvate insieme.

A livello interpersonale ritengo fondamentale lavorare sull’empatìa, una reale capacità di ascolto, sia negli adulti che nei ragazzi e nella creazione di un ambiente (scolastico, lavorativo, sociale) basato su condivisione e rispetto, in un clima il più possibile armonioso.

Come scrisse il noto filosofo del XVII° secolo, Baruch Spinoza: «La pace non è l’assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo, una volontà di benevolenza, fiducia e giustizia».

Sono convinto che gli amici sociologi e psicologi potranno affrontare e approfondire meglio temi più specifici ed attuali, come quelli della gestione emotiva o delle relazioni reali e virtuali attraverso le tecnologie digitali.

Per questo il contributo che sollecitavo nel mio precedente articolo da Accademici della Pace o più semplicemente da Simpatizzanti della nostra Accademia mi pare fondamentale, ciascuno nel proprio campo e dominio di competenze. Onde suggerire a chiunque desideri risolvere positivamente i propri conflitti gli strumenti necessari per costruire la Pace.

* Ricordiamo en passant che la parola “pasqua” significa “passaggio (del Mar Rosso per gli Israeliti, dalla morte alla vita per i Cristiani). Passaggio che evoca attraversamento, viaggio, spostamento, cambiamento, trasformazione.

Giornalista, Pedagogista Clinico® e francesista. Docente d’italiano e francese lingue straniere, ha insegnato per 40 anni in Italia e all’estero. La sua esperienza si estende dalla Scuola Primaria italiana e francese, alla Media inferiore, fino all’Università per Stranieri di Ginevra. Ha operato in servizi psicopedagogici a Losanna e a Bruxelles. Alcune sue composizioni sono depositate all'Osservatorio Poetico Giovanile della Città di Torino. Ha scritto per diversi giornali locali cartacei e online, intervenendo anche su radio e televisioni. Attualmente anima una rubrica fissa sul giornale nazionale gliscomunicati.it

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