L’Arcipelago della Pace

Di Claudio Rao

Quando sono venuto a conoscenza della brillante iniziativa di creare l’Accademia della Pace, mi sono subito interrogato sul significato di questa parola, di cui ultimamente – mi pare – si fa uso e abuso.

Come prima reazione ho avuto quella di liberarmi da tre preconcetti, a mio avviso sbagliati o quantomeno parziali e fuorvianti del concetto di pace. Il primo, il più ancestrale, è quello di credere che la lotta sia alla base della vita. Da esso derivano il potere, il dominio, la manipolazione, la sottomissione, la seduzione, la competizione che permeano le nostre società e i nostri sistemi educativi. Il secondo è legato al vecchio adagio “Si vis pacem para bellum” (Se vuoi la pace, prepara la guerra) che, a differenza di quello che si pensa, non è mai stato pronunciato da nessun autore latino. Ma che porrebbe l’accento sull’utilità del deterrente per prevenire, giustamente, ogni tipo di conflitto. Il terzo preconcetto infine è che la pace sia legata a concezioni politiche, economiche e sociali complesse, di esclusiva competenza delle autorità e degli esperti.

Allora, che cos’è la pace? Direi uno stato di serenità e di convivenza pacifica, basato sul rispetto, la giustizia e la cordialità; non semplicemente un’assenza di guerra. Essa, a mio avviso, va intesa a diversi livelli: dall’azione individuale, ai cambiamenti socio-politici e strutturali, passando attraverso il suo ruolo cruciale allo sviluppo economico e al ripristino della fiducia reciproca. Per questo, se fossi un grafico e dovessi rappresentare la pace, la disegnerei come una costellazione, o meglio, come un arcipelago. Con diverse isole interdipendenti e autarchiche: Ascolto, Dialogo, Rispetto, Compromesso, Equilibrio, Tolleranza, Cooperazione, Empatia.

La pace infatti, non è solo l’assenza di un conflitto, ma una virtù attiva che implica benevolenza, fiducia e giustizia. Essa inizia dai piccoli gesti (un sorriso, una condivisione spontanea) e prosegue con la costruzione di relazioni umane basate sul calore e sull’intelligenza.

La pace è una condizione necessaria per lo sviluppo economico e la prosperità di una società, garante d’istruzione, cultura e benessere.

Tuttavia, fin dalle origini greche del pensiero filosofico, esistevano  due concetti (e due parole) per ciò che oggi chiamiamo semplicemente « pace »: spondaï o eirénè. Il concetto non è quindi univoco, contrariamente alla parola che usiamo per designarlo. Questo dimostra la complessità per lo spirito umano di approcciarlo e di definirlo.

Il mio percorso di vita mi porta a considerare l’educazione come misura di tutte le cose. Per questo ritengo che la formazione alla Pace debba essere oggetto di riflessione fin dai banchi di scuola. Non in senso politico o “di accoglienza”, com’è di moda in questi ultimi decenni sotto l’egida dell’’Unione europea. Ma in tutte le sue accezioni, come accennavo all’inizio. Il sistema educativo, familiare e scolastico dovrebbe essere vocato a imbarcare i nostri bambini in un’appassionante crociera per far loro scoprire l’Arcipelago della Pace. Un affascinante viaggio nel mondo della conoscenza attraverso gli indispensabili scali sulle isole dell’Ascolto e del Dialogo, del Rispetto e dell’Equilibrio, della Tolleranza, ma anche del Compromesso, della  Cooperazione; dell’ Empatia. In modo critico e disincantato, a seconda delle età, in un crescendo di maturazione e di interiorizzazione capaci di orientarne le scelte.

Affinché il sostegno degli ultimi, dei più deboli, costituisca un valore di riferimento imprescindibile, inalienabile.

L’espressione “spirito di negoziazione e di pace”, dovrebbe indicare un atteggiamento mentale e comportamentale capace di privilegiare la risoluzione degli screzi attraverso il dialogo e il compromesso piuttosto che attraverso la polemica e il confronto. Uno stato d’animo, caratterizzato dalla ricerca di soluzioni reciprocamente accettabili, dalla fiducia tra le parti, da una comunicazione trasparente e dalla volontà di comprendere il punto di vista dell’altro, fondamentale per stabilire una pace duratura ed efficace.

Per questo urge promuovere nelle giovani generazioni il dialogo e la comunicazione, la comprensione e la fiducia reciproca, la capacità di ricercare compromessi. Non sono solo belle parole e pie intenzioni, ma indispensabili premesse all’acquisizione di un animo autenticamente diplomatico, per ogni negoziazione di pace e una solida risoluzione dei conflitti.

Per concludere questa riflessione, chiediamoci quali potrebbero essere le strade verso la Pace.

In primis, direi, un cambiamento strutturale e sociopolitico. La pace richiede riforme nelle istituzioni politiche ed economiche, la promozione di modelli non violenti di gestione dei conflitti e cambiamenti nelle norme sociali.

In secundis, la promozione di giustizia ed uguaglianza. Il raggiungimento di una pace duratura è indissociabile dalla giustizia sociale e dalla promozione dei diritti umani (seriamente, non “a geometria variabile”).

Infine, ma non per ultima, la guarigione dai traumi: dopo la violenza, la pace implica un lavoro di guarigione, di responsabilizzazione e uno sforzo collettivo per ripristinare fiducia e dignità.

Come diceva Gandhi, non esiste una strada diretta verso la pace: è la strada stessa che è pace.

Giornalista, Pedagogista Clinico® e francesista. Docente d’italiano e francese lingue straniere, ha insegnato per 40 anni in Italia e all’estero. La sua esperienza si estende dalla Scuola Primaria italiana e francese, alla Media inferiore, fino all’Università per Stranieri di Ginevra. Ha operato in servizi psicopedagogici a Losanna e a Bruxelles. Alcune sue composizioni sono depositate all'Osservatorio Poetico Giovanile della Città di Torino. Ha scritto per diversi giornali locali cartacei e online, intervenendo anche su radio e televisioni. Attualmente anima una rubrica fissa sul giornale nazionale gliscomunicati.it

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