Vittime e carnefici – Come i media trasformano un focolaio circoscritto in paura collettiva
Di Valerio Zafferani – consulente strategico, formatore, autore e Accademico della Pace
C’è un copione che si ripete con inquietante precisione ogni volta che emerge una notizia sanitaria con la parola “virus” nel titolo. Comincia sempre in sordina: un trafiletto, una nota dell’OMS, un servizio breve in coda al telegiornale. Poi, nel giro di quarantotto ore, la notizia si moltiplica. Compare sui quotidiani, dilaga sui social, rimbalza tra i profili di chi condivide senza leggere e di chi legge senza contestualizzare.
Gli algoritmi fanno il resto: premiano il contenuto che genera reazione emotiva, lo spingono in cima ai feed, lo rendono onnipresente. A quel punto non importa più se la notizia è proporzionata alla realtà: è ovunque, e l’ubiquità viene scambiata per urgenza. Sta succedendo anche in questi giorni con l’Hantavirus.
È il meccanismo classico della finestra di Overton applicato all’informazione sanitaria. Un concetto nato in ambito politico — l’idea che esista una finestra di ciò che il pubblico considera accettabile, e che quella finestra possa essere spostata gradualmente — ma che funziona con uguale efficacia nella gestione della paura collettiva. Si comincia con toni misurati. Si introducono le parole chiave: “focolaio”, “decessi”, “trasmissione”. Si lascia che l’ipotesi peggiore aleggi senza essere smentita esplicitamente. Poi si alza lentamente il volume. Lo aveva studiato con rigore scientifico Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia: l’effetto framing dimostra che le persone non reagiscono ai fatti in sé, ma alla cornice dentro cui quei fatti vengono presentati. Stessa notizia, cornice diversa, emozione opposta. Quando il pubblico è già dentro la cornice dell’allarme, spostarlo richiede uno sforzo enorme — molto maggiore di quello che sarebbe bastato per non entrarci.
Eppure basterebbe leggere le fonti ufficiali per ridimensionare tutto in pochi minuti. L’OMS, l’ECDC e il Ministero della Salute italiano hanno comunicato con chiarezza: il rischio per la popolazione generale è basso, il virus è conosciuto da settant’anni, il focolaio è nato a bordo di una nave da crociera — con le sue dinamiche di convivenza forzata, spazi condivisi e contatti prolungati tra persone provenienti da zone endemiche — e non ha nulla a che vedere con Covid-19. Chi volesse approfondire con dati verificati può partire dai comunicati ufficiali di queste istituzioni, disponibili online, e dai dispacci delle principali agenzie di stampa — ANSA, AGI, AdnKronos, Askanews — che in questi giorni hanno dato voce anche alle rassicurazioni degli esperti. Il quadro è molto più tranquillo di quanto i titoli lascino intendere.
Ma la notizia era già uscita dalla finestra. E con essa, la paura.
A complicare il quadro ci pensano le virostar. Quei volti noti che il Covid ha trasformato in opinionisti fissi dei salotti televisivi e delle colonne dei grandi quotidiani, e che da allora sembrano non aver trovato pace lontano dai riflettori. Ogni nuovo virus è una chiamata alle armi, un’occasione per tornare in scena. Non sempre per fare chiarezza: a volte per alimentare il dibattito, cavalcare l’ambiguità, tenere alta la tensione quanto basta per restare rilevanti. La competenza c’è, non si discute. Ma tra spiegare e esibirsi c’è una distanza che in certi casi si vede a occhio nudo. E il pubblico, che non ha strumenti per distinguere l’esperto che informa dall’esperto che performa, finisce per spaventarsi di conseguenza. Un segnale emblematico è arrivato stamattina, 12 maggio, da Giorgio Zanchini — giornalista RAI di lungo corso, conduttore di Radio anch’io su Rai Radio 1 — che intervistando la nota virologa Ilaria Capua ha dichiarato di essersi sentito confuso nel leggere l’intervista pubblicata su Repubblica di un noto virostar. Lo ha detto lui. Non noi.
La pace non si costruisce solo tra nazioni o tra eserciti. Si costruisce anche nell’ecosistema dell’informazione. Un’informazione che semina paura irrazionale divide, isola, rende le persone più aggressive e meno capaci di ragionare con lucidità. Un’informazione che invece contestualizza e restituisce proporzione fa qualcosa di politicamente rilevante: restituisce alle persone la capacità di stare nel mondo senza esserne sopraffatte.
Qui entrano in scena le vittime e i carnefici del titolo.
I carnefici non sono i giornalisti in quanto tali. Sono un sistema editoriale che ha imparato a misurare il proprio valore in click, visualizzazioni e tempo di permanenza sulla pagina. In questo sistema, la paura performa meglio della rassicurazione. Un titolo che tranquillizza non vende: un titolo che allarma sì. Non si mente, tecnicamente. Si sceglie cosa enfatizzare e cosa minimizzare. Si lascia fuori il contesto. Si usa l’urgenza come leva emotiva. È una forma di manipolazione raffinata, tanto più efficace quanto più è difficile da smascherare.
Il conflitto di interesse non è dichiarato, ma è strutturale. Lo aveva capito Marco Bellocchio già nel 1972, con Sbatti il mostro in prima pagina: Gian Maria Volonté interpreta Bizanti, direttore di un quotidiano, che prende l’articolo scritto da un suo giornalista e lo riscrive davanti a lui, trasformandolo. Non corregge gli errori fattuali: cambia l’angolazione, sceglie le parole che colpiscono, costruisce il mostro che serve al giornale. Il giornalista guarda. Non protesta. Sa come funziona. Quella scena, girata più di cinquant’anni fa, descrive con precisione chirurgica ciò che accade ancora oggi — con la differenza che allora si trattava di servire una linea politica, oggi si tratta di servire l’algoritmo. Il fine è cambiato, il metodo no.
(La scena è qui: Titolo di giornale – youtube.com/watch?v=WEdTD4xirrs)
Le vittime sono tutte quelle persone — e sono la maggioranza — che non hanno strumenti per valutare autonomamente l’attendibilità di una notizia. La cosa più sottile è che non si percepiscono come tali. Si sentono informate. Aggiornate. Consapevoli. Mentre in realtà stanno consumando un prodotto confezionato per generare reazione emotiva, non comprensione. La differenza tra essere informati ed essere esposti all’informazione è enorme, e quasi nessuno la insegna.
Ma c’è un livello ulteriore, ancora più insidioso. Il sistema non si limita a spaventare: divide. La paura genera bisogno di certezze, e le certezze — quando mancano — vengono sostituite da appartenenze. Si formano così due fronti contrapposti: da un lato chi si affida in modo acritico a tutto ciò che proviene dalle istituzioni ufficiali, dall’altro chi ha sviluppato nei confronti di quelle stesse istituzioni una sfiducia altrettanto totale e altrettanto acritica. Due posizioni speculari, entrambe rigide, entrambe generate dallo stesso meccanismo: anni di comunicazione distorta, di allarmi gonfiati, di narrazioni semplificate che hanno eroso la fiducia nei fatti e negli esperti — anche in quelli che meriterebbero fiducia.
Il cortocircuito è qui. Chi ha sviluppato una posizione di distanza critica verso il sistema istituzionale non è caduto dal cielo: è spesso il prodotto diretto di quella stessa comunicazione ansiogena che oggi lo addita come problema. Le due fazioni si combattono, si insultano, si accusano reciprocamente di ignoranza o ingenuità. E il sistema osserva, e prospera. Perché un’audience divisa è un’audience che non smette di consumare.
Siamo tutti vittime, in questo schema. Chi si spaventa e chi reagisce con sfiducia radicale. Chi condivide l’allarme e chi lo rifiuta in blocco. La differenza non è tra chi ha ragione e chi ha torto: è tra chi se ne accorge e chi no. Riconoscere di essere stati giocati non è una sconfitta — è il primo passo verso una lettura più libera del mondo.
La pace — quella vera, quella che parte dal basso — si costruisce anche qui. Un cittadino consapevole è un cittadino più libero. E la libertà, quella autentica, comincia sempre con una domanda: a chi giova che io abbia paura?



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