La rivoluzione della pace
Di Pasquale Trabucco – Accademico della Pace
Ho camminato molto. E spesso ho camminato nella storia.
Nel 2018 ho attraversato l’Italia, da Predoi a Portopalo di Capo Passero. Lungo quel viaggio mi sono fermato davanti ai monumenti ai Caduti che incontravo sulla mia strada.
Nel 2025 sono ripartito da Roma. Italia, Francia, Inghilterra, fino al Vallo di Adriano. Oltre duemila chilometri a piedi attraverso terre che nei secoli hanno visto uomini essere amici, alleati, avversari e nemici.
Durante quel viaggio ho ricordato tutti. Dai legionari romani ai fanti di ogni esercito.
Perché c’è una cosa che la storia dovrebbe averci insegnato: gli amici possono diventare nemici e i nemici possono diventare amici.
I nemici cambiano. I morti restano.
Pochi giorni fa sono tornato ancora una volta nei luoghi della guerra. Il Pasubio, le sue gallerie, il Cengio, le montagne della Grande Guerra. Luoghi nei quali, dopo più di un secolo, basta guardarsi intorno per capire quanto possa costare una guerra.
Perché una cosa è leggere la storia sui libri. Un’altra è camminarci dentro.
Forse anche per questo continuo a pensare alla parola pace.
Una parola che qualcuno considera debole. Io non credo lo sia.
Credere nella pace non significa rinunciare alla difesa. Non significa dimenticare chi porta un’uniforme. Non significa pensare che basti pronunciare la parola “pace” perché le guerre finiscano.
Ho indossato un’uniforme e il mio legame con il mondo militare fa parte della mia storia.
Proprio per questo penso che la guerra debba essere l’ultima possibilità. Mai la prima risposta.
Le Forze Armate difendono un Paese, la sua sicurezza, la sua libertà. Ma alla politica spetta un altro compito: fare tutto ciò che è possibile perché quegli uomini e quelle donne non debbano pagare con la propria vita il fallimento della politica.
Ed è qui che arriva la diplomazia. Anche la diplomazia ha delle regole.
Bisogna ascoltare. Bisogna essere realisti. Bisogna saper parlare con chi non la pensa come noi e, soprattutto, con chi consideriamo un avversario.
Con gli amici è facile.
La diplomazia comincia quando diventa difficile parlarsi. E diplomazia non significa resa.
Il compromesso non è necessariamente una sconfitta. Cercare un punto d’incontro non significa rinunciare ai propri principi. Significa comprendere che, se due parti si siedono a un tavolo pretendendo entrambe la capitolazione dell’altra, quello non è un negoziato.
È soltanto la guerra che continua intorno a un tavolo. Anche la pace ha le sue regole.
Deve essere possibile. Deve essere giusta. Deve poter durare. E soprattutto deve consentire a chi ieri combatteva di immaginare cosa accadrà domani.
Perché non basta sapere come finisce una guerra. Bisogna sapere come comincia la pace.
Oggi sentiamo parlare continuamente di forza, vittoria, sconfitta, nemici. Alzare la voce sembra essere diventato sinonimo di coraggio.
Io penso che esista anche un altro coraggio. Quello di continuare a parlare quando tutti chiedono di smettere di farlo.
Perché prima o poi ogni guerra finisce allo stesso modo: qualcuno torna a sedersi davanti a qualcun altro.
La domanda è una sola. Quanti uomini dovranno morire prima di quel momento? E allora forse oggi la vera rivoluzione è proprio questa. Non la rivoluzione delle armi. Non quella che distrugge per ricostruire sulle macerie.
La rivoluzione della pace.
Una pace che non sia resa. Che non cancelli la Patria. Che non dimentichi i suoi militari e coloro che hanno sacrificato per essa una parte della propria vita, e qualche volta la vita stessa.
Non vedo contraddizione tra queste parole: Patria, Forze Armate, diplomazia, pace. Al contrario.
Forse abbiamo bisogno di Forze Armate forti e rispettate proprio perché abbiamo bisogno di una politica altrettanto forte, capace di utilizzare fino all’ultimo istante l’arma più difficile da usare. La diplomazia.
Perché la pace non è il contrario del coraggio.
È avere il coraggio di tentare ancora, quando sarebbe molto più facile smettere di parlarsi.
***Immagine creata con sistema Gemini AI per scopi esplicativi del contenuto



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