Dal G8 di Genova agli scontri di Bologna per Fakir: il copione non è cambiato

Di Valerio Zafferani – Consulente strategico, formatore e autore

Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, durante gli scontri del G8, Carlo Giuliani — ventitré anni, volto coperto, un estintore in mano — venne colpito da un colpo di pistola esploso da un carabiniere intrappolato in un defender circondato dai manifestanti. Poi il mezzo lo travolse due volte nella manovra di allontanamento. La magistratura italiana archiviò il caso come legittima difesa. La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel 2011, confermò l’assenza di responsabilità dirette dello Stato, pur criticando duramente la pianificazione della sicurezza e la gestione dell’ordine pubblico. Quella stessa estate, alla scuola Diaz, le forze dell’ordine entrarono di notte e pestarono decine di persone. A Bolzaneto ci furono violenze, umiliazioni, trattamenti degradanti. Sette condanne, confermate in Cassazione nel 2013.

Il 20 luglio 2026, esattamente venticinque anni dopo, Abderrahim Fakir muore a Bologna, nel quartiere Pilastro, mentre è ammanettato a terra durante un intervento della polizia. La famiglia chiede verità. La città insorge. Il sindaco Lepore convoca un presidio in piazza Nettuno. Migliaia di persone si raccolgono pacificamente. Poi una frangia di antagonisti, centri sociali e collettivi si stacca dal corteo e trasforma il centro in un campo di battaglia: auto incendiate, vetrine spaccate, 64 agenti feriti. La famiglia di Fakir, per voce della nipote, si dissocia dalla violenza. L’avvocato parla di strumentalizzazioni.

Nel giro di poche ore, il copione è già scritto e distribuito.

Da destra: dimissioni di Lepore, attacchi alla magistratura, difesa incondizionata delle forze dell’ordine, accuse alla sinistra di alimentare odio contro lo Stato. Da sinistra: richieste di verità, accuse al governo, evocazione del fascismo, solidarietà ai manifestanti. I centri sociali come paladini o come delinquenti, a seconda della parte da cui si guarda. Gli agenti come vittime o come carnefici. Fakir come martire o come pretesto. Tutto già visto. Tutto già sentito. Il copione non è cambiato di una virgola in venticinque anni.

E questa è, forse, la notizia più grave di tutte.

La tensione non è un incidente. È un prodotto.

Chiamarla strategia della tensione è quasi un eufemismo, perché la parola strategia implica un soggetto consapevole e un piano condiviso. La realtà è più banale e più cinica: è un sistema in cui tutti i protagonisti — politici di ogni schieramento, media, gruppi antagonisti, apparati — trovano un tornaconto nel mantenere accesa la fiamma dello scontro. Nessuno la vuole davvero spegnere, perché lo scontro produce visibilità, consenso, raccolta fondi, identità.

Il sindaco Lepore convoca il presidio sapendo che il rischio di infiltrazioni violente è reale — e lo fa comunque, perché non farlo sarebbe politicamente costoso nel suo elettorato. La destra chiede le sue dimissioni non perché abbia a cuore la verità su Fakir, ma perché l’occasione è troppo ghiotta. I gruppi antagonisti usano il dolore di una famiglia per regolare i conti con lo Stato. I media amplificano tutto, perché le immagini delle auto in fiamme valgono dieci volte un’analisi sobria dei fatti. E la famiglia di Fakir — l’unica parte che ha dimostrato dignità in questa vicenda — si trova a dover dissociare il proprio lutto dalle strumentalizzazioni altrui.

Le vittime reali, come sempre, sono due: Fakir, che merita verità e giustizia senza che la sua morte diventi una bandiera. E i cittadini comuni, quelli che avevano aperto il negozio quella mattina e lo ritrovano con la vetrina sfasciata, quelli che pagano le tasse per ripristinare le barricate bruciate, quelli che guardano le immagini in televisione e devono scegliere da che parte stare — come se si trattasse di una partita di calcio.

Fascisti e comunisti nel 2026. Sul serio.

C’è qualcosa di profondamente anacronistico, oltre che pericoloso, in questo eterno replay. Il fascismo come sistema di governo è finito nel 1945. Il comunismo come modello economico e politico è collassato su se stesso tra il 1989 e il 1991. Eppure nel dibattito pubblico italiano questi due fantasmi continuano a recitare la loro parte, evocati puntualmente ogni volta che scoppia una crisi, ogni volta che c’è bisogno di mobilitare il consenso più elementare — quello che non richiede pensiero, solo appartenenza.

È comodo. Funziona. E chi lo fa lo sa benissimo.

Nel frattempo, il mondo reale è andato altrove. Le guerre si combattono con droni che attraversano i confini senza passaporto, con cyberattacchi che paralizzano infrastrutture critiche, con sistemi di intelligenza artificiale che ottimizzano la distruzione su scala industriale. In questo scenario, continuare a litigare di fascisti e comunisti — categorie svuotate di contenuto reale e riempite di propaganda — non è solo ingenuo. È pericoloso. Perché mentre ci dividiamo sulla piazza di Bologna o sulla gestione dell’ordine pubblico, i confini reali del potere si spostano altrove, in luoghi dove né destra né sinistra hanno gli strumenti per seguirli.

Chi resterà col cerino in mano non sarà Lepore né la Meloni. Saremo noi.

Imparare a leggere, smettere di fare il tifo.

C’è una competenza che nessun sistema scolastico italiano ha mai ritenuto degna di insegnamento strutturato: leggere tra le righe. Non nel senso complottista del termine — ogni evento non è necessariamente orchestrato da qualcuno nell’ombra — ma nel senso critico: chiedersi a chi giova questa narrazione, chi guadagna da questo conflitto, cosa non viene detto mentre si grida a gran voce tutto il resto.

Un cittadino che fa il tifo — per la polizia o contro, per Lepore o contro, per i manifestanti o contro — è un cittadino che ha già perso. Ha consegnato la propria capacità di giudizio a un sistema che di quel giudizio non ha alcun bisogno, anzi preferisce che rimanga sopito. Il tifo non produce analisi. Produce calore, identità, appartenenza — e mantiene tutti al proprio posto.

La pace — quella vera, quella che non si decreta ma si costruisce — comincia qui. Nel rifiuto del copione. Nella capacità di stare nella complessità senza cercare il colpevole preconfezionato. Nel riconoscere che Fakir merita giustizia, che gli agenti feriti meritano rispetto, che i negozianti con la vetrina rotta meritano attenzione, e che tutto questo può essere vero contemporaneamente — senza che nessuna di queste verità cancelli le altre.

Venticinque anni dopo Genova, il copione è lo stesso. Ma noi non siamo obbligati a recitarlo.

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Consulente strategico, formatore e autore. Lavora con organizzazioni e persone sui temi della complessità, della negoziazione e dello sviluppo delle competenze relazionali.

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